Uno spazio per ogni cosa
- Feb 3
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Avremmo avuto uno spazio per ogni cosa, dicevi.
Una casa in collina, come quella di Pavese, anche se non c’entrava proprio niente. Avevi solo dato uno sguardo ai libri per terra, dal mio lato del letto, in quella stanza che era tutta la nostra casa. Un monolocale quasi in centro. Pieno di piante in idroponica, cornici con passe-partout, profumo di cera. «Molto luminoso, ottima esposizione», imitavamo il fare ampolloso dell’agente immobiliare e scoppiavamo a ridere. Era diventato parte del nostro linguaggio. Lo dicevamo quando aprivamo le persiane, quando spostavamo una pianta per farle prendere più sole. Me lo dicevi pure dopo aver finito un mio racconto. E te lo dicevo anch’io, quando non trovavo le parole giuste dopo una tua performance. Quando ero io l’unico ad ascoltarti. Molto prima degli inviti, degli ingaggi, degli applausi, prima che il tuo nome diventasse di tutti gli altri. Avrei voluto fare uno sforzo per dire qualcosa di più, allora. Ma per me era una sofferenza, come estrarre delle ossa dalla testa.
Avrei voluto chiederti, senza però esserne capace: «Se avrai successo, cosa ne sarà di tutto questo?», «In quel caso, ti prenderesti cura di me?» e invece finivo per dirti «Puoi cambiare canale?», «Hai già salato l’acqua?».
Mi piaceva l’idea che la nostra casa si potesse vedere tutta con un colpo di sguardo, appena varcata la soglia. Le foglie fessurate della monstera. Il tavolo che faceva anche da scrivania. La lampada-topino di Seletti sulla consolle. La composizione di vasi in vetro ambrato. La poltroncina in bouclé. L’arco ribassato dell’unica grande finestra e la sagoma di luce che disegnava sui listoni di noce.
E in mezzo: il quotidiano. L’aspirapolvere lasciato a metà gesto, i fazzoletti sul bracciolo e il telecomando tenuto insieme con lo scotch, il telaio dello stendino che spunta da dietro la libreria. Quel dettaglio che diceva: qui si vive, qui ci stiamo provando, stiamo facendo del nostro meglio.
Mentre lavavo i piatti, ti mettevi di fronte alla finestra e provavi. Tutto ciò che ti serviva era un angolo libero e la mia presenza. Bastava che ci fossi io: in piedi, oppure seduto sulla poltroncina, con un bicchiere d’acqua in mano e la testa un po’ inclinata. Sembrava che non ci fosse nient’altro da fare se non ascoltarti.
Certe sere ho sperato che sbagliassi.
Ti vedevo fermarti e ripercorrere mentalmente quello che avevi appena fatto, con uno sguardo che non era più il tuo. Poi ripartivi da capo, cambiando una pausa, un respiro, un accento. All’improvviso l’hai chiamata “carriera”, e io ho fatto finta che fosse una parola normale. Te l’ho sentita uscire dalla bocca e mi è sembrata troppo grande per quella stanza. Sentivo che la casa era diventata troppo piccola per contenere anche quella versione di te.
Non lo dicevo. Continuavo a fare il mio lavoro: ascoltarti, leggere, sistemare, provare a scrivere e a cucinare. Da quel momento, ho cominciato a mettere via le tue cose con troppa cura: temevo potessero scappare.
Adesso la memoria vede solo alcuni dettagli, dunque quello che ricordo diventa ciò che è successo.
Ricordo il tuo entusiasmo davanti alle nostre cene, così vero, così intimo. Come se in vita tua non avessi fatto altro che stare davanti a me a mangiare fusilli al pesto rosso. Le tazze col filo della bustina attorcigliato sul manico: un gesto involontario, lo stesso con cui sistemi una ciocca dietro l’orecchio. Ricordo baci così leggeri da sembrare sussurri. Parlare fino a notte fonda e dimenticare di fare sesso. Io ti guardavo e pensavo che il futuro, in fondo, era soprattutto questo: una frase pronunciata bene, nel momento giusto, con la luce giusta.
Mi facevi vedere gli annunci immobiliari. Scorrevamo foto di case che sembravano tutte uguali, eppure in ognuna tu vedevi la nostra vita: una forma che basta appoggiare su una pianta in scala. Mi portavi a sentire gli agenti che magnificavano le possibilità d’investimento. Io seguivo qualche passo più indietro, lo sguardo tra i neon a incasso o nello chevron del pavimento, e pensavo che in una casa con più stanze ci sarebbero state più possibilità di perderti. Di ritorno da una di quelle visite, ho guardato la monstera. Una foglia stava uscendo dallo stelo, arrotolata su se stessa.
Poi sono successe altre cose, interferenze nella nostra storia, inestetismi relazionali – una frase detta male, il tuo peso nel letto spostato un poco più in là – motivazioni incomprensibili, come studiare l’araldica.
Avevamo un posto per gli oggetti che non volevamo avere davanti agli occhi, te lo ricordi? Il trolley, la scatola del ventilatore, un caricabatterie di cui avevamo dimenticato l’utilità, sospesi, in attesa di una decisione. Dietro la porta. L’infisso aperto contro la parete adiacente formava un volume liminale in cui accantonavamo le cose di cui non volevamo occuparci, le cose che minacciavano l’equilibrio. Quello spazio d’ombra era la nostra promessa più sincera: l’idea che le cose, se non le guardi, per un po’ smettono di chiedere. Così, tutto ciò che non aveva un posto – non riuscivamo a trovarlo, finiva accatastato dietro la porta. Anche i sentimenti.
Nella casa nuova non sarebbe successo. Ci sarebbe stato un mobile apposta per le scope e gli utensili per la pulizia, un ripostiglio filo muro per zaini e valigie, una cabina armadio per il cambio di stagione.
Avremmo avuto uno spazio per ogni cosa, dicevi, anche per la paura. E invece è rimasta lì in mezzo, e non è rimasto posto per nient’altro.
Davide De Capitani
T.Tivillus, Capitolo II: Fama



