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Suicide blonde

  • Feb 3
  • 6 min read

Suicide blonde: una donna dai capelli biondo platino a causa di trattamenti di colorazione usando perossido in bottiglia (...) È un gioco di parole ("dyed/died by her own hand”). Deborah Harry, Courtney Love, Vicki Peterson, Marilyn Monroe, Samantha Fox, Cameron Diaz, ecc., non sono bionde naturali. Sono suicide blondes.”

da Urban Dictionary



Il portone si apre appena, dall’interno schizza una lama di luce che si riflette sul parquet. Rimini, qua fuori, è tiepida e bagnata, la sabbia infilata negli angoli della città pare finire tutta nelle mie infradito. Il neon del kebabbaro lampeggia OPEN ma metà delle lettere sono spente, e il rumore del mare arriva a intervalli, un vinile graffiato.

Mi faccio strada nell’atrio ed esclamo: «Amo, scendi, ti aspettano tutti».E infatti aspetto anche io. Poi un tonfo. La sua voce arriva impastata: «Non mi va, teso. Ho la testa pesante».Sbuffo: «Cosa dice Kesha?»Un sospiro seguito da un ticchettio sul pavimento. Scende con premura, aggrappata al corrimano: «The party won’t start till I walk in

Ogni gradino le fa dondolare la testa enorme, è un Tube Man davanti a qualche pompa di benzina statunitense. Si è tinta di biondo anche se già lo era, un lavoro casalingo. La pelle del viso, sotto la cipria, è piena di piccoli segni d’acne luminosi. Alcuni secchi, altri umidi, come se sotto ci fosse del latte condensato.Sfodera il sorriso metallico da apparecchio dentale: «Sono già ubriaca, teso».


Fuori la aspetta il carro di Cenerentola davanti al marciapiede. È una decappottabile di seconda mano, addobbata con lucine prese da Tiger e un altoparlante che gracchia Elodie. Le reggo la testa mentre sale, piano, per evitare di farla sbattere.Prendiamo via Destra del Porto, passando per una fila di lampioni che paiono teste decapitate e impalate. Ogni tanto lei chiude gli occhi, la testa le pende di lato.«Sto bene,» sussurra, senza che io chieda nulla, «sono solo stanca.»«Dai, amo, è l’ultima festa dell’estate, te lo prometto.»«Ogni notte dici così, teso.»

Poco dopo prendiamo una buca e lei, invece di abbandonarsi al panico, fissa il cielo, immobile e deserto. È nostalgica.


Davanti alla villa, la porta d’ingresso pare trattenere il respiro. Poi scoppia, fa saltare i bottoni di una camicia troppo stretta. Quando entriamo, infatti, tutto si lacera: la folla ci acclama, i flash dei cellulari fanno tremare tutto.«Finalmente è arrivata!»Il dj alza il volume, un remix di Britney Spears, e tutti gridano il ritornello. La mia amica sfoggia il sorriso grigio, fa inchini goffi e pericolosi, il cranio sempre più grande e sferico penzola in avanti. Ogni cratere riflette le luci a LED perché lei è la nostra unica, personale disco ball. Io le sto dietro, le accarezzo la schiena per aiutarla a mantenere l’equilibrio.

La casa è un’orgia di colori: bicchieri di plastica fluo, bicchieri di plastica appoggiati per terra, bicchieri di plastica immersi in una piscina gonfiabile. I ragazzi con le camicie aperte e i glitter sugli zigomi, le mani insabbiate, i piedi nudi e gli occhi vivi. Tutti vogliono ballare con lei, tenerle la testa. Nessuno vuole sentirla parlare, nessuno vuole tenerle i capelli mentre vomita.«Amo, ma come sei bionda!»«Giuro, sei la Madonna delle discoteche. Dopo MYSS KETA, ovviamente.»La seguo in cucina, l’odore di gin si mescola a quello di fogna. Veniamo interrotti di nuovo.

«Sei splendida stasera, cara!»

«Hai qualcosa di diverso, ama, non so… sei più luminosa!»

Lei beve, ride, beve, ringrazia, beve. La testa ondeggia, a volte sbatte addosso a quella degli altri. E lei si scusa, bestemmia perché si sporca il vestito blu notte di alcol, e beve di nuovo. Ogni piccolo cratere brilla un istante e poi cambia posizione, è il suo viso che sta giocando a un’eterna partita di battaglia navale.

Preoccupato, mi allontano un attimo per portarle un bicchiere d’acqua dal rubinetto. Lo prende senza ringraziarmi, non lo beve neanche.

«Va tutto bene, amo?»

«Non è niente, teso», mi dice. Poi si ferma, la voce appena un soffio: «È l’alcol, lo sai. Non mi fa bene.».

«Io voglio solo che ti diverti».

«Io sono qua per far divertire voi, teso, lo sai che voglio morire».«Non esagerare, amo, sai che morirei anch’io».«Tranquillo, teso. Sei il mio unico amico qua, lo so».

Torniamo in salotto e le luci si spengono, una coppia sta scopando sopra il tavolo del beer pong, ne approfitta perché la gente si sta dileguando. La mia amica avanza, corre quasi, come se fosse l’unica cosa reale dentro questo sogno di plastica. Ogni tanto si appoggia al muro per mantenere l’equilibrio. Chiede perché se ne vanno tutti così presto, se li ha spaventati, se ha esagerato anche stavolta.Una ragazza si avvicina, le mette una mano sul viso: «Posso toccare?»Lei non risponde, la tipa procede.«Senti che strana pelle,» commenta poi, «sembra sabbia. I capelli pure paiono finti.»

In giardino, qualcuno tra gli ultimi festaioli accende un falò nella piscina gonfiabile. Lei siede su una sedia da spiaggia lì di fronte; una mano sulla testa, l’altra a tenere il bicchiere. Mi siedo accanto a lei: «Non è colpa tua, amo».«Sì invece. Avrei potuto intrattenerli di più, farli ballare e ridere ancora per un po’. Mi sento inutile ora.»«Hai bevuto troppo.»«Io bevo sempre troppo. Da quando la gente ha deciso che senza di me si annoia non faccio altro».

Rimaniamo zitti un po’. Dal dentro arriva Boss Bitch, ovattata, seguita da un coro sfasato di voci che urlano e a cui vorrei unirmi.Lei biascica: «Ho sempre più buchi, teso. Senti.»Agguanta la mia mano e la appoggia sulla guancia. Sotto la pelle, una piccola cavità morbida, una bolla che si muove: «Crateri» mi spiega, «sono il mio vuoto. Li riempio con la vostra luce. Quando bevo, però, diventano troppo grandi.»«Ti fa male?»Lei fa spallucce: «Mi fa sentire viva, teso.»


Rientriamo. Quella dozzina di persone rimaste saltano, gridano, fanno video. Qualcuno la solleva sulle spalle, lei grida, ride, la testa le oscilla, sembra pronta a staccarsi e rotolare via. Quando la mettono giù, mi avvicino, ma il gruppo la circonda di nuovo, le offre un bicchiere dopo l’altro. Beve. Sorride. Poi di nuovo. La vedo sbagliare passo, precipitare col cranio sulla parete. Gli altri ridono, le battono il cinque. Lei, imbarazzata, barcolla fino al bagno.Si piega, tossisce, e quello che esce dalla bocca non è vomito. Cioè, sì, però è qualcosa di più simile a una spolverata di parmigiano glitterato. Tra le mani di lei resta un liquido rosso scuro e brillantini.«Amo, non possiamo continuare così».

«Io non volevo venire stasera, mi hai obbligato tu».

«Ti ho bussato ed eri già ubriaca, amo».Mi guarda, le labbra tremano: «Io ti invidio, teso».«Perché?»«Perché tu non sei speciale. Tu rendi le persone speciali».

Vomita di nuovo. La luce neon sopra di noi sfarfalla, il respiro della mia amica ubriaca fa eco nel lavandino. Si spegne pian piano, da sola, come i gatti che avvertono la morte e non vogliono farsi vedere da nessuno.


La porto fuori. L’aria notturna sa di piedi e fritto. Il cielo, sgombro di qualsiasi corpo celeste, è basso e caldo.

La faccio salire sul carro, lei si accascia con la testa sul vetro. Non parla più, non sorride, ha il broncio. Ogni tanto le si muove la mandibola, come se stesse masticando un incubo. Perfino nel buio totale della notte, la sua pessima tinta home-made illumina tutto. Mi permette di guidare lungo la superstrada, poi verso casa sua.


Davanti al portone, la aiuto a scendere. Le mani le tremano, si abbandona a un abbraccio. Biascica qualcosa, le chiedo di ripetere, ma è già diretta verso le scale.La testa striscia sulla parete, il collo le scricchiola. Sale i gradini uno a uno, il corrimano che cigola come sempre. Rimango fuori, il portone che si chiude mi fa soltanto pensare che sono un amico di merda.


Il carro fermo, il motore spento. Mi fumo un paio di sigarette, osservo il cielo concavo che si spalma su Rimini. Gli ultimi ubriachi passano cantando Bella ciao. Il rumore del mare lontano è il primo plauso di una folla, quello che si prende coraggio ma non ottiene un seguito dalle altre paia di mani.

Aspetto. Guardo la porta chiusa. Butto l’ennesimo mozzicone a terra, forma una costellazione con gli altri. Adocchio il giallo nicotinico tra indice e medio. Ha lo stesso colore di lei.

È stata un’altra notte in cui non parliamo che deve abbassare il gomito, mettersi in riga, farsi aiutare. Poi avverto la noia. Comincia a prudermi la faccia, il braccio, l’interno coscia.

Non resisto più. Batto le nocche sul legno. Il portone si apre appena, dall’interno scappa una lama di luce gialla che si riflette sul parquet.

Mi faccio strada nell’atrio ed esclamo: «Amo, scendi, ti aspettano tutti».

E infatti aspetto anche io. Poi un tonfo.


Carli Téio

T.Tivillus, Capitolo II: Fama

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