Specchi (Editoriale)
- Feb 3
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L'elemento più complicato di questo almanacco è stato reperire le foto e le bio degli autori. Tra chi me le ha passate in ritardo, chi non era mai stato fotografato in vita propria, chi ne aveva solo di gruppo e chi non voleva farsi vedere. O ancora, chi non sapeva cosa dire sul proprio conto, chi ha dovuto scrivere le note più volte. Questa problematica è molto ironica per il secondo numero di T.Tivillus, a tema fama. Abbatte l’idea che lo scrittore sia vanesio, egocentrico, narcisista, quando alla fine scrivere e pubblicare è una continua lotta tra il voler condividere e il vergognarsene profondamente.
Questa rivista parte un po' dallo stesso principio. Sentivo il bisogno di uno spazio mio, costruire un giardino dove piantare penne che stimo e che considero notevoli. E i followers importano meno, la fama (spesso, non sempre) sta sotto all'integrità. Non c'è una strategia social, non ci sono priorità particolari. Se c’è qualcosa che ho imparato in sei mesi a Roma, però, è che tra noi aspiranti scrittori la tentazione di svendersi rimarrà per sempre.
Dall'alba dei tempi, la fama illumina e sporca tutto. Reputazione, celebrità, potere, ma anche individualismo, ego, corruzione. I riflettori possono bruciarti, starne senza però ti congela.
Analizzare la fama da diverse angolazioni è importante, soprattutto nell'era degli schermi, dei riflessi, del "noi" esteso. Pessoa, convinto che l’uomo non dovrebbe poter vedere il proprio viso, afferma che non ci sia niente di più inquietante: «La natura gli ha fatto dono di non poterlo vedere, e di non poter fissare i propri occhi. Solo nell’acqua di fiumi e stagni poteva guardare il suo viso. E la stessa postura che doveva assumere era simbolica. Dove-va chinarsi, piegarsi, per commettere l’ignominia di contemplare se stesso. L’inventore dello specchio ha avve-lenato il cuore umano».
Il narcisismo, la fama, il doversi far vedere, hanno infettato i nostri cervelli, han rovinato la vita ad alcune delle migliori menti mai esistite. Eppure splende, è come una fede incastrata all’anulare e una Fede che ti fa desiderare cose che nemmeno tu sai cosa sono, ti fa compiere cose che non pensavi avresti mai fatto.
In questo capitolo, da polpi indovini a DJ tendenti al cultismo, c'è davvero un alto livello di varietà. La fama è un tema che si è dimostrato di grande ispirazione per gli autori coinvolti, e forse il miglior modo per dimostrarlo è stare zitto un attimo e lasciarveli leggere. Scusate, fin da piccolo mi è stato rimproverato l’essere petulante ed egocentrico, sto ancora imparando.
Nel menù, iniziamo con la crudité di Tommaso Toresi, il suo Flamingo Lane: una lettera d'amore al rock & roll, a Bruce Springsteen, ai giovani che guidano, amano, vivono veloce.
Proseguiamo con un pezzo molto luminoso e altrettanto delicato, dalla mente di Eldorado: Il Polpo non sbaglia mai, racconto ispirato a un fatto di cronaca, in un'ambientazione che mischia The White Lotus con Little Miss Sunshine e la insaporisce con una prosa sensoriale e italianissima.
Si passa poi all’inconfondibile Matteo Cardillo, con Muffa: qualsiasi riferimento a un'autrice bestseller amata dalla maggior parte dei Millennial che è poi diventata una delle più disprezzate per un bigottismo transfobico (oltre che inaspettato dato che fino a dieci anni fa stava su Twitter a cercare di trovare più personaggi-minoranza nei suoi libri per apparire woke, 'sta stronza doppiogiochista la odio dioc- è puramente casuale. Un testo grottesco e divertente, accoppiata perfetta che denuncia con maestria e senza banalità l’ignoranza portata a simbolo dalla celebrità. Successivamente, l’esordio di Carli Téio. Ci invita a una festa esclusiva a Rimini, in un’estate infinita e tutta neon, dove l’ospite speciale è una surreale Suicide blonde: una ragazza alcolizzata con la testa a forma di luna.
Segue un altro esordiente, Giorgio Chiappa, con Sintesi: un’altra festa, un DJ, una melodia e una mente alveare. La potenza di una prosa che riesce a ipnotizzare sia dentro che fuori il tempo della storia.
Arriviamo poi a Davide de Capitani, che ci delizia con Uno spazio per ogni cosa. Le vicende malinconiche di chi assiste al successo del proprio partner, di chi combatte coi propri istinti competitivi e complessi d’inferiorità, quindi, di chi combatte con la propria umanità.
Maria Rita Bove ci porta invece tra Milano e Napoli col suo Angelus, narrandoci di una donna e del suo rapporto con gli uomini. Un racconto che in realtà parla di tantissime altre cose. Di terapia, di bellezza, di peer pressure, di amore, di revenge porn. Una vera cartolina di vita.
Poi esordisce la giovanissima Iris Aresu col suggestivo @annina_ricettina, tutto ambientato in una stanzetta durante un mukbang, dove il prezzo per lo sguardo altrui porta Anna a divorare più cosce di pollo fritte di me il sabato sera post-serata.
Matteo Balestra, invece, ha scritto due racconti (uno più bello dell’altro) prima di arrivare al suo skjakls. Se il primo che aveva scritto era troppo breve e il secondo troppo lungo, questo è ancora troppo breve, ma è anche troppo bello per vederlo su altre riviste.
E, infine, che banchetto sarebbe senza un dolce? Carolina Sacconi ci porta in gelateria con Sotto il peso del mirtillo: un'aspirante scrittrice dovrà scendere a patti coi fallimenti e il tempo che passa, in quella confusione tipica dei vent'anni. Un racconto che ho letto nel 2024 e che ho immediatamente prenotato per T.Tivillus, mi ha stregato.
Non ci resta che regalare un applauso a questa selezione, un secondo numero ricco, colorato, che ci fa capire che dobbiamo stare tranquilli, ché la fauna degli autori di racconti è viva e vegeta.
Mauro Colarieti
T.Tivillus, Capitolo II: Fama



