Sotto il peso del mirtillo
- Feb 3
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Quando ero piccola volevo fare la scrittrice. Poi la fruttivendola, il delfino, la maestra, la cassiera, la pittrice, la signora che prende il tè e poi di nuovo la scrittrice.
Non facevo altro che piangere e alla fine mi hanno portato da una psicologa.
“Vuole fare la scrittrice”, aveva spiegato mia madre quasi in lacrime, per la compassione della dottoressa. “Capisco”, annuiva lei. Doveva essere grave. Eppure io mi ero convinta che sarei diventata una scrittrice, anche se parlavo un pessimo italiano.
A nove anni trascorrevo tutte le mie giornate con Tracy, una silenziosa signora filippina a cui cercavo di insegnare quel poco sgrammaticato che conoscevo della mia lingua, in cambio della sua. La mia maestra di italiano si era quindi vista costretta, non si sa bene da chi, a convocare i miei genitori.
“Sua figlia potrebbe avere un ritardo nello sviluppo del linguaggio”, aveva sentenziato, “E potrebbe essere ancora più frustrante, perché vuole il Nobel.”
Alla fine mi portarono da una logopedista. Tutti i premi Nobel ci sono stati almeno una volta, così almeno raccontava mia madre.
“Vuole fare la scrittrice”, le confessò disperata. La logopedista mi chiese allora se era vero, stando attenta ad articolare bene le sillabe nella lingua delle balene. Le risposi che mi piacevano le lettere. La E era un pettine, la F una forcina, la M un fermaglio, la C un cerchietto. Se volevo fare la scrittrice? Chissà, forse volevo fare la parrucchiera, ma non sapevo dirlo né in italiano, né in balenese.
Alla fine, io e Tracy fummo messe sotto torchio: avremmo imparato una parola al giorno.
La situazione migliorò presto. Nella mia classe ci fu un’epidemia di pidocchi e decisi che diventare parrucchiera non faceva per me. Cominciai invece a prendere buoni voti ai temi, probabilmente perché usavo spesso la parola lungimiranza, e tornai al sogno di diventare scrittrice. Questa morbosa ossessione attraversò tutta la mia adolescenza, insieme a quella per Saverio A., l’aspirante fascista dell’ultimo banco. Tutto normale, insomma, fatta eccezione per la storia della scrittura.
Tutti sapevano che volevo fare la scrittrice. A dire il vero, non scrivevo un bel niente.
Mi limitavo ai processi mentali e qualche appunto sul retro del quaderno di fisica. Ma alla fine ci credevamo tutti che avrei fatto questa cosa, che sarei diventata una scrittrice. Tutti, compreso Saverio A.
Finite le scuole, scrivevo poco e piangevo molto. Mia madre, invece, smise di preoccuparsi.
Quando incontrava qualcuna delle sue vecchie amiche con figlie e figli in Erasmus, con borse di studio in trapianto di cervelli o pianificazione strategica per la pace nel mondo, taceva come un predatore in agguato. E se per educazione le domandavano “Tua figlia?”, lei rispondeva epigrafica: “Scrive”, facendo della mia alfabetizzazione elementare un vanto. O forse una rivalsa sulla maestra di italiano.
Sapevo scrivere, conoscevo le doppie e praticavo la consecutio, ma non diventai una scrittrice. Mentre i miei vecchi compagni di scuola erano avvocati, magistrati, consulenti di armocromia alla Casa Bianca, mentre Saverio A., che per cinque anni si era scaccolato senza distinguere le narici dal buco del culo, era finito su Forbes Under 30, io diventavo una gelataia.
Non facevo il gelato, lo servivo e basta.
Indossavo un cappellino e un grembiule blu, e mai avrei pensato potesse essere un travestimento tanto efficace. “Come sei carina col costume da lavoro”, mi diceva allegra mia madre. Ogni giorno era Carnevale.
In gelateria imparai subito quello che c’era da sapere: che i coni si fanno mettendo il gusto più duro alla base e quello più morbido sopra; che i cilindri in plastica o metallo che contengono chili di gelato si chiamano carapine (chissà se anche Tracy lo sapeva); che il bancone aveva il doppio fondo e quindi c’erano altre carapine sotto le carapine.
Imparai questo e qualche inutile regola, ma solamente una andava osservata con cieca fede: non provare mai a sollevare, per nessuna ragione al mondo, il bussolotto col mirtillo.
Il mirtillo era infatti incastrato lì da anni, ala ovest, sotto la crema al limone, al di sopra dell’ignoto. Avrebbero dovuto distruggere l’intero bancone, forse persino le fondamenta del locale, per scoprire cosa ci fosse rimasto intrappolato sotto.
Non nego che ci provai, di tanto in tanto, a sollevare il gusto mirtillo. Quando rimanevo sola in negozio, tiravo con forza, ma il mirtillo non voleva saperne di venire via. Osservai quindi con cieca fede la regola, perché non mi restava altro da fare.
Lavoravo già da qualche mese quando i clienti presero a chiamarmi per nome. Se mi incontravano per strada, però, non mi riconoscevano. Ero una specie di supereroe, potevo essere una scrittrice senza saper scrivere e trasformarmi nelle celle frigorifere diventando La signorina delle merende. Scrivevo solo i conti, tanto che quando mi ritrovavo a prendere qualche ordine per telefono, mi stupivo di aver perso la bella grafia. Puzzavo di panna rancida e invidiavo il suicidio dei moscerini nel gusto cocco, odiavo senza discriminazione vecchi e bambini, i loro sogni sul futuro, le imprese mitiche del passato, ma perdurava il sorriso da stampo congelato nel domandare: “Cialdina?”. Ai reietti e ai rovinati ne mettevo almeno un paio; più evidente era il loro dissesto, maggiore era il numero delle cialdine croccanti sul loro cono o coppetta. Dicevo a ognuno che era il mio preferito. Mentivo sempre, fingendo di non soffrire mai.
Poi, un giorno, Saverio A. - Forbes under 30 – dita nel culo entrò nella gelateria.
Era ingrassato e aveva gli occhi a palla. Era brutto, ma era bello, perché lui stava su Forbes, mentre io ero solamente il fallimento di una bugia col costume da lavoro.
Feci di tutto per non incrociare il suo sguardo, ma lui mi riconobbe.
“Cosa mi consigli?”, mi domandò con disinvolto disprezzo. Non attendeva un mio inciampo, anzi, sembrava godere della mia consuetudine alla disfatta, quella che mi aveva permesso di conoscere la posizione dei gusti a memoria. Anche se dietro il bancone c’erano le etichette con i nomi, crema, cioccolato, zabaione, fragola e così via, non avevo bisogno di leggerle, perché non ne sarei stata comunque in grado. Non sapevo più interpretare le mie lettere e la mia incapacità era ora la forma più sadica del suo successo.
Senza dire una parola, andai verso l’ala ovest del bancone e aprii istintivamente lo sportello sulla crema al limone. Levai via la prima carapina.
Poi afferrai il bordo della carapina con il mirtillo, chiusi gli occhi intensamente come si fa per esprimere un desiderio.
Il mirtillo venne via con insospettabile facilità.
Dal fondo del bancone, un tremolio luccicante simile al riverbero dell’acqua mi chiamò a sé.
Mi infilai lì, scomparendo sotto il peso del mirtillo. Di me rimase soltanto una voce non scritta, il mio ultimo grido, “Cialdina?”, e poi un leggerissimo nulla. Non mi importava cosa sarebbe successo, mi bastava che succedesse altrove, lontano da lì.
Carolina Sacconi
T.Tivillus, Capitolo II: Fama



