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Sintesi

  • Feb 3
  • 10 min read

Aveva provato ad usare Shazam dall’altra estremità della stanza, ma c’era troppo rumore, e la ricerca non era andata in porto malgrado la musica fosse altissima. Dovette aprirsi un varco a gomitate e spintoni per levare di torno gli ospiti ubriachi e fatti che come una massa inerte e molle si frapponevano tra lui e le casse dello stereo in soggiorno. Temeva che la canzone potesse finire prima di raggiungere le casse; per ogni metro che riusciva a percorrere con estrema fatica, il soggiorno sembrava dilatarsi di altri due, e allora rincarava la dose di scudisciate che tirava qua e là, ciecamente, concentrandovi tutta la frustrazione accumulata in ore di noia totale. La musica che minacciava sempre più di sfuggirgli era diventata l’unica cosa a dare un senso alla sua presenza lì, in quel momento.

Quando finalmente si trovò a pochi centimetri dalle casse stava correndo così forte che per poco non ci si schiantò contro con tutto il suo peso. Con le dita tremanti scorse le applicazioni del cellulare fino a trovare quella giusta, non senza prima avere aperto o selezionato cinque o sei schede che non c’entravano nulla; l’indice della mano destra scivolava dappertutto, agendo indipendentemente dalla sua volontà. La musica, intanto, non sembrava minimamente prossima alle ultime note. Al contrario, si era gonfiata aumentando di volume, diventando qualcosa di diverso dal ritmo, dalla melodia e dall’umore di partenza, pur conservando un’impronta che rimaneva continuamente la stessa. Forse era la presenza di un piano bouncy, stile  italo-house, a tenere insieme tutto, ma il loop iniziale si era arrestato e ne era cominciato un altro che era scivolato sotto le percussioni ed aveva cambiato timbro e voce, allineandosi con i bassi. La S di Shazam pulsava bianca e blu mentre la app annunciava che le ricerche erano ancora in corso. Questa è difficile.

Erano passati due, tre minuti – il brano continuava a mutare e cambiare strada, ma non accennava ancora a finire – quando la app, con il rumore basso e quasi bovino di una vibrazione, dichiarò sconfitta: Brano sconosciuto. Con una bestemmia, provò ad effettuare un secondo tentativo: ancora niente. La musica intanto sembrava aver cambiato punto di origine, spostandosi dagli speaker alla sua cassa toracica. Gli veniva da dentro. Si sentiva come un paziente affetto da amnesia, alla ricerca di un documento che gli rivelasse il suo stesso nome.Si era aggiunto un biascichio da qualche parte. Qualche parte che era fuori di lui e, quindi, non era musica. Alzando lo sguardo riconobbe il proprietario di casa, Carlo, che tenendosi in piedi a malapena stava fissando o lui o qualcosa nelle sue immediate vicinanze. Carlo portava spessi occhiali da sole malgrado fossero le tre di notte, e lui non riusciva a sentire le parole che gli uscivano dalla bocca perché la musica le sovrastava totalmente. Ora che non aveva più paura di una separazione – sapeva che il brano avrebbe forse potuto finire per gli altri astanti, ma non per lui – prese Carlo per la collottola e, senza grandi difficoltà, lo trascinò nel corridoio, più buio e tranquillo del soggiorno.

“Carlo” disse. La sua voce diventò subito un campionamento, parte della tavolozza di suoni della musica. Carlo. Carlo. Carlocarlocarlo.

“Carlo, la musica l’hai messa tu, giusto? Dimmi che cos’è questa canzone”

Dimmi che cos’è questa—canzone. Inizio acutissimo, chipmunk — finale bassissimo, mostruoso. Ripetuto in loop quattro, cinque volte, poi fade out

“Oh ma che cosa c’hai? Stai messo malissimo…”. La voce di Carlo non si integrava con il brano. Era, del resto, una fonte di suono esterna. Recava due informazioni: il suo proprietario era quasi troppo ubriaco per essere utile, e gli conveniva strappargli al più presto il nome del brano prima che si buttasse a letto come faceva sempre a circa due-tre ore dall’inizio di una festa che, pur avendo a luogo a casa sua, sarebbe continuata anche mentre lui se ne stava in stato vegetativo sul letto.

Lo strattonò un’altra volta, senza parlare (troppo rischioso aggiungere ancora un altro sample al mix). Carlo emise un conato di vomito.

“Mi stai facendo paura” disse. “Lasciami andare. Per favore. Devo andare in bagno. Subito.”

Trascinò Carlo alla porta della toilette e la aprì. C’era dentro qualcuno che se ne stava incantato davanti al lavandino, ipnotizzato dallo specchio. Lasciò andare Carlo per un secondo, agguantò lo sconosciuto e lo scaraventò fuori dal bagno. Chiuse la porta a chiave e, nell’isolamento della stanzetta, notò che la musica stava diventando flebile. Si stava disallineando dal suo corpo. 

Carlo si era accasciato a terra, mezzo collassato. Lo aiutò a sedersi.

“Ti prego, lasciami stare, devo vomi—”

“Ti aiuto a vomitare quanto vuoi, ma mi devi dire come si intitola questa canzone”

“Troia ma che cazzo ne so, lo sai che metto sempre le playli—”

“E allora dimmi il nome della playlist”

Carlo tirò fuori il cellulare. Sbagliò il codice di sicurezza diverse volte prima di riuscire ad accedere e aprire Spotify. Sorreggendo l’amico sbronzo, lui gettò uno sguardo sull’interfaccia. 

Il brano, di un certo DJ Masse, si intitolava Ripple Dub


*


Tanto il brano quanto l’autore non sembravano aver lasciato alcuna traccia in Internet. La maggior parte delle ricerche lo riportavano alla stessa playlist di Spotify che Carlo aveva messo alla sua festa. Aveva quasi finito per sospettare che DJ Masse fosse un’artista fantasma creato dalla piattaforma musicale stessa per riempire playlist a costo zero, ma era sicuro che si trattasse di una falsa pista: il brano era troppo idiosincratico e arzigogolato, laddove i pezzi costruiti a tavolino per l’app erano quasi sempre significanti astratti del genere di turno, creati per far sì che il cervello dell’ascoltatore registrasse e riconoscesse una data atmosfera senza un eccessivo dispendio d’attenzione. Ripple Dub, invece, lo aveva richiamato a sé proprio in natura della sua anomalia e del suo rifiuto di essere meramente sottofondo. Non era necessario un orecchio esperto per capire che qualunque convenzione ritmica o melodica che il brano rispettasse era pura facciata, dietro cui si nascondeva qualcos’altro che impediva di accomodarsi, di ascoltare senza pensieri. Non gli riusciva di capire se quest’elemento alieno fosse dato dal brano, o venisse dalla sua testa. 

Abbandonò presto qualunque proposito di dare un nome o un volto all’autore o all’autrice del brano. Non era rilevante. E poi, anche se i motori di ricerca si fossero rivelati in grado di sputare fuori una qualche foto o bio, che cosa sperava di trovare, chi si augurava di scoprire? Un tedesco pelato e vestito male che faceva dischi con titoli ispirati alla teoria marxista? Un australiano un po’ hippie, ricco sfondato, ed inevitabilmente Berlin-based? Non ne valeva la pena, e non gliene era mai fregato niente.

Aveva provato ad ascoltare Ripple Dub una decina di volte dopo quella sera; nella calma di casa sua era quasi possibile farlo normalmente, come si ascolta una canzone qualunque, seppure la musica sembrasse sempre leggermente fuori fuoco, quasi fosse stata registrata con un microfono puntato verso uno stereo che suonava la composizione originale. Ma questo non era ancora niente. Il brano si riproponeva a distanza di tempo dall’ascolto originale e lo coglieva impreparato mentre si faceva una doccia, o su un bus notturno. Trasaliva, pensando inizialmente che i suoni nella sua testa venissero da una fonte esterna a sé, come l’altoparlante di un cellulare altrui. Ma non era così; quella che sentiva era il delay di Ripple Dub che, pazientemente, lo aveva seguito per ore e ore.


*


L’impronta sonora di una traccia dance rimpiazzava completamente il nome, la voce e il corpo di un performer tradizionale. Lui amava la musica elettronica proprio per via della relativa anonimità delle sue fonti. Neanche i nomi più noti, ai quali gli intenditori potevano associare quanto meno un volto, facevano della propria aura il fulcro della musica che creavano, a meno che non puntassero volontariamente a un’immagine da rockstar in un territorio musicale che di per sé era però refrattario al culto della personalità. 

La presenza di una cantante o di un cantante in forme di musica più lineari era in qualche modo sempre materiata nelle sue canzoni e messinscene, e pigramente ci si poteva chiedere quanti gradi di separazione esistessero tra il performer come essere umano e i fonemi, i significati che uscivano dalla sua bocca. Certe canzoni hip hop alzavano la tensione di questo paradosso in quanto i rapper si annunciavano formalmente all’inizio del pezzo, nominando anche il produttore; cantavano per voce di un personaggio, una figura terza resa nota all’inizio come il dato salente di un problema matematico, e a lui piaceva particolarmente quando questi personaggi si rendevano protagonisti di un fumettone piuttosto che di un melodramma.

Ma la musica dance era qualcosa di diverso. Le voci, per lo più femminili, che li popolavano erano una fonte secondaria, non primaria. In uno dei suoi pezzi italo preferiti, Ride on Time di Black Box, la voce nera della cantante cominciava pulita – affiancata da un coro – come a fare da intro a un pezzo R&B fatto e finito. Ma l’illusione era interrotta da un loop di piano non dissimile da quello di Ripple Dub, e i vocalizzi riprendevano sotto forma di un gorgheggio primordiale privo di linguaggio con il pitch che andava su e giù in maniera troppo veloce e brusca per una voce umana:

Whoa-oh, whoa-oh, whoa-ohWhoa-whoa-Whoa -whoa-oh

Il fraseggio era quasi uno scat robotico:

You're such a-, you're such a-, you're such a-You're such a hot temptationYou just walk right inWalk, walk, walk, walk right in and

La voce era una marionetta che imitava i gesti e le smorfie di un viso umano, e si sentiva che era qualcosa di non vero. Qualunque sembianza o personalità avesse la sua proprietaria originaria era puramente secondario rispetto al suo essere un elemento ritmico ancora più che melodico, quanto il beat e il loop di piano. Aveva il vantaggio di convogliare con urgenza una sensazione fisica o mentale: desiderio, foga, euforia, voglia di scopare. Ma era una fisicità facilmente riassorbibile da chi ascoltava, piuttosto che traslata su un corpo esterno, implicito, di una vocalist con nome, identità, retroscena. 


*


Aveva cominciato a usare la sua voce come parte di un loop.

Se smetteva di dedicare attenzione al linguaggio come veicolo di comunicazione, allora i significati cessavano di pesare e la musica che lo perseguitava si metteva a seguire l’andamento che dettava lui. Ripple Dub finiva di esercitare violenza nel momento in cui lui gli si arrendeva, e, arrendendoglisi, ne diventava padrone. 

Gli bastava accennare una melodia, anche brevissima, modulata su una sola parola, perché il brano facesse tutto il resto da sé. L’istanza iniziale era iterata in una miriade di permutazioni: rallentata e dilatata fino a sembrare mostruosa, velocizzata e resa acuta al punto da perdere qualunque connotato semantico, riprodotta in serie e deformata in modo diverso man mano che il loop continuava. 

Man mano che il tempo avanzava cominciò a perdere cognizione di quali campionamenti e beat venissero dal suo corpo e della sua voce e quali invece fossero parte del mix originale.


*


Quel frammento di percezione che ancora si ostinava a registrare qualcosa del mondo esterno notava che la gente intorno a lui aveva cominciato a reagire. Inizialmente aveva pensato di essere finito in mezzo a un manipolo di persone affette da una comune propensione ai tic nervosi: teste che annuivano compulsivamente, spalle che ondeggiavano, piedi che si trascinavano qua e là senza portare da nessuna parte i corpi che vi erano annessi.

C’era qualcosa di scoordinato e disarmonico nei movimenti di quegli estranei, quasi non seguissero affatto la musica che li aveva ispirati – a ballare facciamo tutti schifo, si disse in un primo momento. Ma notò presto che quei movimenti non avevano niente a che fare con la danza; erano piuttosto come le contrazioni sul volto di un epilettico in preda a un attacco violento. I loro corpi erano scossi dalla musica. 

Una volta gli era capitato sotto gli occhi un qualche articolo su Internet a proposito di fenomeni d’isteria collettiva nella storia. Ve n’era uno – localizzabile in Puglia, secondo le fonti più o meno veridiche che narravano del fenomeno – in cui un’intera cittadina si sarebbe lanciata in una danza incontrollabile e dolorosa, compulsiva fino alla morte, e arrestabile solo da un ballo particolare che, come un antidoto, leniva l’afflizione e arrestava il movimento. “L’unico rimedio è la musica”, avrebbe detto un testimone dell’epoca; una frase che non aveva smesso di accompagnarlo in tutto questo tempo. La danza era stata malanno e farmaco allo stesso tempo, in questo caso. Ma osservando e ascoltando sé stesso e gli altri udenti e co-autori di Ripple Dub che crescevano sempre di più giorno per giorno, si diceva che non vi fosse melodia che avrebbe potuto mettere a tacere la musica che li aveva inglobati. Ognuno era prigioniero del proprio corpo e la mente, insieme alla musica, se n’era impadronita. Lui era Ripple Dub, e Ripple Dub erano tutti.


*


unafraid unburdened undone uncloseted


la piazza era una pozza di luce in cui nuotavano miriadi di girini che avevano volti di uomini e le lore ombre come una pulsazione si avvicinavano e allontanavano da lui


unafraid [feel・it!]unburdened undone [feel ・ it!]uncloseted


ed entrando nella piazza vide che gli astanti erano in ginocchio, come in preghiera, e pregando digrignavano i denti, e i loro corpi erano sconquassati da convulsioni


unafraid /I/I [feel・it!] /\/\ unburdened undone [feel ・ it!] /\/\ uncloseted


provò allora a circumnavigare lo spazio aperto e, sotto il porticato, camminando rasente al muro sotto il porticato, sentì come una fitta al petto e voci come di demoni che parlavano in lingue


unthose eyesafraid /\/\ [feel・it!] /\/\ unburdened unthat bodydone [feel ・ it!] /\/\ uncloseted

mentre arrancava verso la luce gli si fecero incontro membri della folla, i volti esangui e stolidi, e capendo che erano sordi alle voci e al frastuono si buttò ai loro piedi implorando aiuto


--_- unthose eyesafraid /\/\ [feel・it!] /\/\ --_-  unburdened unthat bodydone [feel ・ it!] /\/\ uncloseted --_-


ma gli estranei avevano solo mani per strattonarlo e piedi per prenderlo a calci, e il fracasso parlando con voce che era una e migliaia gli disse "Mandaci nei sordi, affinché entriamo in essi"


-dance-with_me- unthose eyesafraid /\/\ [feel・it!] /\/\ -dance-with_me-  unburdened unthat bodydone [feel ・ it!] /\/\ uncloseted -dance-with_me-


e poiché lo aveva permesso sentì le onde sonore entrare in loro e loro entrare nelle onde sonore, e tutta la folla dimenarsi in unisono; e questo singulto lo toccò come un centinaio di amplessi, e mentre si perdeva in quella legione sentì che era quanto di più giusto avesse mai fatto, e fu l’ultima cosa che sentì.


Giorgio Chiappa

T.Tivillus, Capitolo II: Fama

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