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Muffa

  • Feb 3
  • 12 min read

Quando sono apparsa nell’angolo in alto a destra della cucina del tuo squallido appartamento, non eri che una madre single sommersa da bollette da pagare. Vivevi di sussidi e sotterfugi, arrabattandoti tra ripetizioni di francese e tedesco a universitari che arrancavano con gli esami. Erano i compensi più remunerativi che riuscivi ad estorcere, dato che chiedevi venti euro all’ora. E poi c’erano quelle assurde lezioni malpagate con contratti di collaborazione in quel centro di studi privati dove finivano tutti i figli di papà bocciati nei prestigiosi licei dove li avevano mandati a studiare, e che finivano lì da te, nella tua scuola di ripiego, dove sborsavano migliaia di euro per ricevere una preparazione tutto sommato mediocre tentando di recuperare due anni in uno. Molti di loro ti trattavano con sufficienza, dicevano tanto questa non è una vera scuola, lei non è una vera insegnante. Tornavi a casa e la bambina piangeva quando la prendevi in braccio. Tua madre te la passava come fosse un cucciolo grasso dalla cesta di vimini di un canile, elencando il bollettino degli incidenti quotidiani. Ha vomitato il latte. Le ho dovuto cambiare il pannolino tre volte, oggi. Ha pianto tutto il tempo. Ha le coliche. Negli occhi di tua madre c’era quel risentimento, il disprezzo per le scelte sbagliate che ti avevano condotta fino a qui. La laurea in discipline umanistiche, la relazione con quello sbandato portoghese che ti ha ingravidata, alzandoti le mani troppo facilmente e scomparendo alla prima difficoltà. Sei rimasta sola a dover gestire il fardello di una vita umana che non contemplavi, che arrivava troppo presto, scombinando i tuoi progetti ambiziosi di adolescente solitaria diventata ormai venticinquenne sconclusionata. Essere la nuova Agatha Christie, anzi la nuova Ursula Le Guin, anzi la nuova Margaret Atwood. Creare qualcosa di innovativo, universi fittizi nei quali i bambini e gli adolescenti e gli adulti si sarebbero potuti smarrire perdendo il confine tra realtà e finzione. Parchi divertimento a tema, film dal budget multimilionario, volti del cinema consacrati dagli adattamenti dei tuoi romanzi, remake televisivi, action figures, persino una fottuta linea di Happy Meal sui tuoi personaggi. Era questo bagliore a tenerti in vita quando battevi sulla tastiera di quel vecchio Toshiba alle due del mattino, quando la bambina finalmente dormiva, e tu sorseggiavi lattine di Monster fino alle cinque, seguendo gli appunti della tua opera magna, intrecciando sottotrame e colpi di scena, e delineando profili di personaggi pronti a tornare nei potenziali seguiti della saga, se solo un editore ti avesse notata e avesse creduto nel tuo progetto. Era solo questione di resistere un po’, sapevi che quello era il tuo destino. Mentre delineavi la biografia e la parabola di sacrificio e rinascita della streghetta protagonista del tuo primo romanzo, sapevi che c’era qualcosa di grande in serbo per lei, tanto quanto per te.  Che questa cucina di merda, dall’angolo in alto a destra della quale io ti osservavo lavorare, che questa cucina di merda un giorno sarebbe stata soltanto un pallido ricordo, una riga di colore interessante della tua biografia, alla quale qualcuno avrebbe guardato per identificarsi con te, con i tuoi sforzi e sogni di rivalsa. Qualcuno che avrebbe pensato vedi? lei ce l’ha fatta, e allora se ce l’ha fatta lei ce la posso fare anch’io. Saresti stata un faro di speranza, un esempio per una grassoccia quindicenne emarginata nascosta in qualche malinconico sobborgo dimenticato, avrebbe pensato a te e avrebbe continuato a lavorare alla sua mediocre fanfiction su Buffy l’ammazzavampiri che si fa scopare dalla sua migliore amica vampira. 

Ciò che quella quindicenne sognante non potrà mai sapere è che devi a me tutto il tuo talento. La tua immaginazione, il tuo intuito, sono le spore che trasudano dal mio marciume ad averli alimentati. Immagino che quando uno pensa alle muffe pensi a una macchia azzurra, all’umidità che rovina gli infissi o all’aria che sembra farsi acquosa, al fetore di spogliatoio magari, e al freddo che ti entra nelle ossa dei garage rarefatti. Ma sono tutte speculazioni, non posso presupporre i reumatismi, io che di ossa non ne ho. Ma so bene che quello che molti non pensano, o forse non sanno affatto, è che noi muffe siamo cosa viva, creature viventi. Organismi eucarioti pluricellulari che si nutrono di materia organica, siamo funghi ibridi e pervasivi, reti filamentose che rilasciano enzimi, e gli organismi a noi prossimi ci respirano, e diventiamo un coro, e coesistiamo. Quello che la quindicenne grassoccia non sa, è che io e te siamo da tempo una cosa sola, e che io forse sono l’immagine più realistica di quello che tu hai sempre sognato di essere. Un muro, una volta bianco, anonimo, precisamente stuccato e piallato, che ora appare sbranato dalla decadenza. Ma che racconta una storia. Un muro che parla. Prima eri solo calce immacolata, ora sei qualcuno.

Concludesti il primo romanzo sul finire di maggio, e alla terza rilettura compulsiva alla ricerca di refusi e di dialoghi che ti sembrassero scricchiolanti, stampasti la prima bozza da inviare all’editore. Come avevi previsto, si rivelò un successo. Un artista lo sa quando qualcosa funziona. Se ne accorge mentre crea. Si ferma e dice: c’è qualcosa di prodigioso in quello che sto facendo. 

Firmasti il contratto editoriale a un mese dall’invio del manoscritto. Un grande editore ti chiamò e ti invitò nel suo ufficio l’indomani, tu scegliesti il tuo tailleur meno patetico e ti lavasti i capelli, spiegasti a tua madre quanto fosse importante per te quell’occasione e quella ti fece pesare che lasciarle la bambina le avrebbe impedito di andare al suo club di backgammon. Ti accolsero in un ufficio al venticinquesimo piano. Un uomo in completo borgogna di Hérmes, probabilmente abituato da sempre al privilegio che lo circondava, si limitò a dire che eri una faglia di luce in un banco di nebbia, che aveva grandi progetti per te, diede per scontato la creazione di una saga, ti chiese dove abitassi e strappò un assegno con un anticipo. Poche settimane dopo si parlava già di diritti di traduzione in dodici paesi, e poi le cose presero una piega sempre più dirompente. Sfondasti il tetto delle duecentomila copie in meno di sei mesi, e poi cinquecento a fine anno, e poi un milione l’anno successivo. Una major americana ti corteggiò per la vendita dei diritti. Il casting per la streghetta protagonista del lungometraggio tanto atteso fu per settimane la notizia di punta dei rotocalchi. Niente poteva fermare l’avanzata della nostra creatività. Quando arrivavi alle convention di letteratura le folle si aprivano al tuo passaggio, le prime edizioni del tuo romanzo autografato venivano vendute a migliaia di dollari su eBay. La gente piangeva quando ti vedeva, spalmandoti le spalline del blazer di moccio e pianti isterici, e tu con pietismo mariano ricacciavi dentro il disprezzo e i conati di vomito per i grumi di muco e ti lasciavi avvolgere in un abbraccio materno da quegli estranei tredicenni seborroici, prestandoti magnanima all’obiettivo dei reporter. Allora tua madre non aveva più niente da dire riguardo ai tuoi sogni, adesso ormai tu eri migliore di lei, delle sue mediocri velleità, del suo pietismo. Sapevi che l’unico debito che avevi con lei era quello di averti messa al mondo, e per lavarti la coscienza degli anni di sostegno rancoroso che quella donna ti aveva prestato, ti sdebitasti regalandole una villa in un quartiere residenziale della capitale. Gradualmente fosti tu ad allentare con lei i contatti, a sottrarti alle telefonate, a procrastinare i pranzi domenicali per farle visita con la bambina. Spostasti la piccola in una scuola privata, saldasti gli arretrati e cercasti un attico in centro dove trasferirti, come voleva l’editore. Questa catapecchia putrefatta non faceva più per te, ormai. Non avresti mai potuto aprire la porta al team di Vogue per un servizio fotografico in questo buco di culo maleodorante di semolino e cavolfiore. Che figura ci avrebbe fatto l’autrice di bestseller per ragazzi più venduta al mondo? E allora io venni con te, perché noi muffe siamo cosa viva, e ci attacchiamo alle creature a noi più limitrofe, e tu dopotutto già sapevi che trasferendoti non ti saresti certo liberata di me, neanche avresti voluto. Non hai mai opposto resistenza. Hai sempre lasciato che proliferassi indisturbata. Sapevi che eri in debito con me, e forse mi temi in fondo ma questo non me l’hai mai detto, oppure hai paura che un giorno io mi zittisca, spegnendo il fuoco sacro che anima il tuo talento e le tue intenzioni. 

Mi attaccai alle pareti del tuo nuovo lussuoso open space, ero solo un’infiorescenza in alto a destra, come da tradizione, e lì aspettai paziente il momento di espandermi. Quando l’uomo che sposasti ti fece notare che la macchia di muffa si stava allargando, tu ti rivelasti assertiva. Non era un problema per te e la casa era la tua, e poi le muffe erano ospiti silenziose che non ti disturbavano, come le piante o i pesci rossi. Fu quando la bambina divenne una ragazza e la mandasti in Francia a studiare che il rapporto con lui tracollò, e ben presto realizzasti quanto la solitudine fosse la tua reale dimensione di appartenenza. Io e te, nell’umido candore del tuo appartamento sfolgorante. Lui iniziò a scoparsi quella rossa con cui avevate sciato in Trentino, credendo che tu non te ne accorgessi, e tu ti alternavi tra i set cinematografici e la lavorazione dell’ultimo capitolo della saga, e qualche sveltina occasionale con il tuo agente. Quando lui se ne andò, realizzando che eri diversa dalla donna entusiasta che gli era apparso di intravedere nei primi mesi del vostro legame, tu eri tutelata da un accordo prematrimoniale che ti metteva nella posizione di non dovergli neppure un centesimo della tua fortuna, così dopo di lui stabilisti che non c’era più spazio per nessun altro in casa, se non per me e per te. Anche tua figlia, quando tornava, era più un’alterazione urticante ai tuoi lunghi silenzi piuttosto che una presenza famigliare. Non era più la bambina paffuta e inerme di cui eri costretta a prenderti cura. Era una giovane donna presuntuosa e privilegiata, che doveva a te la sua presunzione e il suo privilegio, ma che si mostrava sempre sfidante e irriconoscente. Ma tutto sommato era una figura innocua, e tu glielo lasciavi fare. Quando l’ultimo film della saga uscì nelle sale fu un successo clamoroso, alcuni fan pagarono il biglietto tre volte per tornare a vederlo, altri ti scrissero lettere commosse in cui sproloquiavano su quanto Larissa VanGore le avesse cambiato la vita, e su quanto la sua perfida nemesi, Lady Frugadefunti, fosse una metafora delle sofferenze di un’infanzia senza amore come quella che dovevi aver vissuto tu, ragazza madre e orfana di papà. Le quindicenni di provincia grassocce ormai guardavano a te come caposaldo del riscatto creativo degli ultimi. 


Fu durante i mesi di isolamento che trascorreresti chiusa in casa dopo il successo dell’ultimo film, quando il telefono smise di squillare come all’inizio, e il tuo agente ti diceva dobbiamo trovare nuove strade per evitare che rimani intrappolata nel romanzo della streghetta, quando ti dicevano dobbiamo puntare al Campiello, quando in realtà di lavorare avresti potuto farne a meno e avresti potuto dedicarti solo a te stessa e a coltivare i tuoi vizi, fu allora che io presi spazio sulle pareti, di notte, approfittando del buio, mi allargavo un po’ alla volta, e mi feci strada anche nelle scale a chiocciola del tuo cervello. 

Gli utenti che ti seguivano meticolosamente sui social durante le tue dirette in pandemia furono i primi ad accorgersi della mia incontenibilità. Era possibile vedere sulla parete alle tue spalle, dalla postazione da cui ti collegavi, che una muffa nero pece ti avesse invaso casa. Tu ignoravi i commenti, li moderavi oppure li sospendevi del tutto, e fu in quei giorni che prendesti ad esporti sempre più gradualmente su questioni di ordine sociale. Abbracciavi cause nobili, come il finanziamento per associazioni a sostegno di malattie neonatali rare, raccolte fondi per ospedali in zone senza assistenza sanitaria, campagne di sensibilizzazione contro la mutilazione genitale infantile nei paesi del terzo mondo. Il crollo avvenne quando decidesti di attaccare i travestiti. A più riprese, decidesti di rivendicare che la biologia era tutto, che aprire le porte a chi non nasce deterministicamente donna ma che decide di vendersi come tale per ostentazione o mercimonio fosse un pericolo per la preservazione dei diritti duramente conquistati dalle madri del femminismo durante le loro strenue militanze separatiste negli anni ‘60. Forse non sapevi neppure tu fino in fondo di che cosa cazzo stessi parlando, non c’era nessuna genealogia materna con la quale ti sentivi in debito, avevi sempre disprezzato tua madre, non lo facevi per lei, lo facevi per te, perché ti serviva una causa, ti serviva qualcosa in cui investire le tue energie, sapevi che la tua voce avrebbe avuto potere e sarebbe stata accolta come un giudizio autorevole da chi, guardando in alto verso di noi, si sarebbe sentito rappresentato. Una casalinga trentenne, diciamo, ebbra di dottrine inculcatele fin dall’infanzia con la catechesi coatta, timorosa di come quello che i deviati chiamano progresso civile possa influenzare suo figlio, e di quanto possa questo progresso centrare con il fatto che l’abbia trovato in bagno, a sei anni, cinque giri di collane di perle al collo e la faccia impiastricciata di rossetto e cipria. La mascherona di un peccato di cui lei, in quanto madre, è responsabile, e il suo fallimento di fronte a quel piccolo sodomita espiabile solo perseguendo una propaganda morale che riporti le nuove generazioni ad avere paura del peccato. E allora la casalinga trentenne si sarebbe imbattuta in un tuo video in cui farnetichi sul genere e la mistica della maternità, e avrebbe detto      vedi? è lei che lo dice. E allora se lo dice lei vuol dire che faccio bene a picchiare Michele per essersi incipriato. 

In un primo momento fosti mossa dalla tentazione di chiedere scusa, di parlare di errori di comunicazione, di ritrattare sulla gravità delle tue affermazioni. 

Io ormai non parlavo neanche più, eri tu a prendere iniziativa, io ero stata lo slancio vitale per alimentare le braci della tua fervida immaginazione, che ora raggiungeva sponde tutte tue. Le case di produzione cancellarono i contratti di nuovi franchise, gli attori che avevano recitato nei film che le tue opere avevano reso celebri presero le distanze da te, la comunità progressista internazionale ti voltò le spalle, tua figlia ti allontanò in silenzio come facesti tu con tua madre. Alcune testate che prima ti osannavano adesso ti descrivevano come un giocattolo rotto, una pazza delirante a cui il successo aveva dato alla testa. Il tuo agente si fece da parte, e il tuo progetto di portare avanti una serie di romanzi polizieschi il cui detective protagonista inseguiva un sadico omicida transessuale sfumò nel nulla a data da destinarsi. 

Fu quando decidesti di smettere di scrivere che iniziasti a fare quei lunghi giri notturni in macchina sulle strade provinciali. Cominciasti a dormire sempre meno, mentre io prendevo possesso delle mura portanti, degli infissi e del legno del parquet. Qualcuno tra i tuoi utenti notò che la muffa sulle pareti di casa tua stava assumendo i contorni di una faccia ghignante, i tuoi pochi sostenitori ti difendevano dicendo che non era muffa, ma le venature del marmo, e chiudevano i messaggi inneggiando alla morte per i pedofili e le puttane, e tu ignoravi entrambe le campane. Avevi in mente progetti più grandi di così, adesso. 

Le adescavi al ciglio della strada, accertandoti che nessuno ti guardasse, a volte indossavi parrucche o ti camuffavi con degli occhialoni tartarugati nel timore di venire riconosciuta. Ti presentavi come una dei servizi sociali, una che poteva togliere quelle ragazze dalla strada, che le capiva, che era loro amica e che poteva fargli cambiare vita, dargli un posto dove dormire, trovargli un lavoro decente e far perdere le tracce con i loro papponi sfruttatori. Loro si fidavano. Tu riuscivi a fartele complici passandogli una lattina di birra fresca dal cruscotto. Le attiravi in casa tua con l’inganno, e neanche quando varcavano la soglia, neanche quando respiravano l’aria carica di spore fungine che emanavo, che sapeva di ammoniaca, irrespirabile per chiunque tranne per te che eri abituata, neanche allora smettevano di fidarsi, né si interrogavano sul perché tu insistessi nel condurle nella stanza del seminterrato. Ti seguivano e basta, obbedienti. La prima volta, o forse la seconda, hai pensato a quanto sia facile soggiogare i più deboli. Devi averlo capito la prima volta a sette anni. Era la Quaresima e tuo nonno vendeva agnelli. Lo vedevi sollevarli: piangevano come neonati. E con un colpo secco del coltello neanche pensava alla soglia sottile che separava le cose vive da quelle morte, con la lama il nonno gli verniciava la pelliccia nebulosa di plasma rubino fumante, e poi afferrandoli per le zampe posteriori li lanciava sul mucchio, sulla catasta di cuccioli macellati nell’aia. E quello spettacolo ti piaceva, ma ti spaventava anche. 

Anche quelle ragazze erano inermi, come bestie da macello. Forse pensavano che tu fossi solo una di quelle ricche borghesi annoiate con la voglia di farsi scopare da una donna col cazzo, magari perché quello del marito non si rizza più, e allora una stronza ricca che può permettersi tutto se ne va in giro in macchina da sola a caccia di brividi nuovi. Non presagivano il coltello del fattore neppure quando vedevano la barella chirurgica con le cinghie di cuoio, al centro della stanza, né quando ti vedevano mettere i guanti di lattice, prendere la sega di Gigli dall’armadio di ferro, e sbarrare la porta alle tue spalle. Solo una di loro, una volta, vedendoti tendere il cavo d’acciaio tra le mani volle sdrammatizzare. «Che intenzioni hai, amore? Vuoi farmi a pezzi?» Tu ignorasti la sua domanda, e spegnesti la luce della stanza. Quella prese ad urlare, fu un urlo ancestrale, c’era dentro la protesta nel venire messi al mondo e il rifiuto di doversene andare anzitempo, e tu non potesti fare a meno di farti scappare una risata. Riuscivo a sentirla anch’io, qui, sul muro, risalire dalla porta di ferro in fondo alle scale, mescolata alle grida di quella disgraziata. Era la stessa risata ispirata di quando durante quel viaggio in treno tanti anni fa ti balenò alla mente la storia di una bambina strega, dei suoi fidi alleati alla scuola di magia che la tiravano fuori dai guai, di quanto sarebbe piaciuta ai ragazzini quella merda, e di quanta fortuna ti avrebbe portato, e mentre scribacchiavi quelle idee sul tuo taccuino, mentre il treno attraversava placido le spiagge marchigiane, con la bambina che dormiva cullata dalle rotaie che sferragliavano nei binari, cercasti di ignorare le fitte pulsanti dell’occhio nero che quello stronzo ti aveva lasciato come ultimo ricordo, e con la stessa ferocia con cui tranciavi via gli arti di quella sconosciuta affondasti la penna biro sulla carta fragile del quaderno, incidendo con decisione le parole che ti suggerivo all’orecchio, e ripetesti a te stessa, con un soffio di voce, le stesse cose che ti dicevo io: sarò indimenticabile.


Matteo Cardillo

T.Tivillus, Capitolo II: Fama

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