Angelus
- Feb 3
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L’uomo dà fuoco alla pipa. Ha le sopracciglia aggrottate e una riga verticale tra gli occhi scuri. Una gocciolina di vino ha macchiato il polsino sinistro della sua camicia crema.
«Tu e Paolo...», sbuffa sprazzi di fumo denso, «siete stati insieme?»
Un fremito gli solleva il labbro superiore. Lei distoglie lo sguardo dagli occhi di lui. Finge stupore nel guardare l’orologio alle sue spalle. Il campanile di Pietrasanta sta suonando l’ora dell’Angelus. Oggi è stanco, pensa, svilito com’era quello del suo paese, d’antracite e d’ombra, sottile come un ago di pietra tra i tigli in fiore, obbligato ogni giorno, alle diciannove in punto, a scandire i rintocchi lenti dell’Ave Maria. Tra gli abitanti più anziani si vociferava di spettri, di apparizioni tra i loggiati vuoti e rappresaglie al vecchio cappellano e alle sue tortore, di chi, in quella chiesa sulla collina, era stato bruciato vivo. Aveva sedici anni quando aveva tirato la corda e qualche debole nota aveva accompagnato i campanacci delle mucche fino a valle.
A quel tempo lei e Valerio s’amavano tanto che a Mara era parso di non dover morire mai. Gli aveva stretto la mano una sera di maggio, quando una delle giostre che montavano per la festa di San Martino stava per rovesciarli all'ingiù e non l’aveva sentito gridare. Da quel giorno li conobbero tutti: al liceo, in quartiere, il libraio di piazza Dante, il corriere stempiato dagli occhi verdi, i locali in cui entravano mano nella mano il sabato sera. Aveva delle belle mani, Valerio.
S’incamminarono lungo il sentiero sterrato non appena il crepuscolo arrossò le pietre e il cielo divenne un mosaico arancio e oro di possibilità e promesse. Lui sapeva come forzare un lucchetto, lei come si fa l’amore. Le torce ruppero il buio di una notte senza luna con Mara ancora nuda, distesa sulla pietra ruvida e fredda della cella campanaria, il seme di lui le colava sul viso da bambina.
«Perché sorridi?» le chiese un agente mentre la tirava su per un braccio.
Valerio si divincolò, tirò via una mano dalla presa del carabiniere alle sue spalle, sbarbato e appena adulto, e le mandò un bacio. La caserma era un formicaio di mura grigie e porte chiuse a chiave, proprio alla fine del viale che tagliava il paese con due file di rododendri potati alla perfezione.
La voce di Paolo interruppe quella del padre: «Lascia perdere. Conosci Valerio».
Paolo aveva due anni in più di loro, l’espressione accigliata e l’aria schiva di chi preferisce stare per conto proprio, i capelli rasati sulla nuca e i pantaloni a vita bassa, con i boxer sempre in vista, di chi ha tentato di tenere lontano da scuola le dicerie sul padre, il commissario Stazio, di come avesse ordinato lui l’interruzione dell’assemblea d’istituto e l’arresto di due ragazzi di 5B all’abbaiare dei cani. Lui e Valerio erano cresciuti nello stesso quartiere e sullo stesso pianerottolo.
«Posso riaccompagnarli a casa» insistette.
Nessuna risposta. La porta s’aprì e una fronte alta e austera fece cenno a Valerio d’entrare. Mara fu lasciata sull’uscio. Alle donne non si parla di sesso, ancor meno a quelle che lo fanno.
Paolo le posò una mano sulla spalla e sussurrò: «Meglio se vai a lavarti la faccia».
Qualche anno dopo, Mara aveva parlato al suo psicologo di come la infastidisse lo scampanio dei giorni di festa. Per mesi, ogni martedì, dopo la lezione di Anatomia all’Accademia di Belle Arti, s’era seduta sulla poltrona del dottor Donato. Rettangolare, ordinaria, dal tessuto grigio topo e larghi braccioli di metallo. Accanto a lei una sansevieria dalle punte secche e due tende chiuse a lasciar intravedere a malapena la cupola di San Domenico Maggiore. Era stato il primo. Gli aveva mostrato una fotografia, lui le aveva parlato di Proust e del morso a una madeleine.
«Erano strette. A volte mi mancava l’aria».
«Per quanto le hai indossate?»
«Non mi ricordo. Mesi. Forse anni».
«Come ti facevano sentire?»
«Non lo so. Nascosta, forse».
«Quelle fasce nascondevano agli altri quanto a te stessa. Ti guardi mai allo specchio?»
Alzò lo sguardo su di lei e la sua espressione vacillò. Nuda, precisò.
Alto, distinto, artificioso, tamburellava freneticamente con la penna sul taccuino e a ogni incontro le chiedeva di chiamarlo per nome, ma Mara l’aveva sempre chiamato dottore.
«Arrivederci Massimo», gli disse quel giorno, quand’ancora lui credeva che l’avrebbe rivista.
«Era un amico, credo».
Lui si alza e spalanca la finestra alle sue spalle.
«Qualcosa non va?»
«Ci conosciamo da un po’ ormai. Non me ne avevi mai parlato».
Fuori, nella via che porta a Castel dell’Ovo, l’aria è fresca, vivace, mossa da un vento leggero che porta con sé il sapore del sale. Dalle ante aperte entrano il mare e le merci di contrabbando che i venditori ambulanti strillano tra la folla.
«Di Paolo?»
Lui annuisce.
«Geloso?»
Ride e accende una sigaretta scuotendo il capo. Sole e ombra le rigano le gambe nude.
Un’estate i genitori di Valerio avevano acquistato un mozzo di seconda mano da un lontano parente e gli avevano dato qualche centinaio di euro per metterlo a nuovo. Che bella estate fu quella, pensò Mara, fresca e felice come fosse stata creata per la loro giovinezza.
Sara aveva un vestito di cotone verde e si confondeva tra i teloni al vento delle bancarelle: «Cosa cerchiamo di preciso?»
«Qualunque cosa possa servire per arredare una barca» rispose Paolo.
«Da quando hai una barca?», tirò su le lenti scure per guardarlo bene in viso.
Lui accennò un sorriso, le strizzò l’occhio: «Se fosse mia, ti starei simpatico?»
Lei rise: «No, neanche in quel caso».
«Lì», esordì Mara, indicando un banco pochi passi più avanti, «vediamo quanto chiedono per i cuscini».
«E per le tende» aggiunse Valerio.
S’avvicinarono e ne tastarono il tessuto. Non c’era nessuno. Paolo sedette sulla poltrona di vimini, accese la radio accanto a lui e cominciò a sintonizzarla con attenzione. Mara si avvicinò e sistemò le peonie nel vaso di ceramica vietrese sul tavolino. Valerio prese uno dei sigari ammucchiati in una vecchia scatola di latta di un conservificio fiorentino. 1972 era la data sul retro. Lo annusò.
«Proviamone uno» propose Paolo.
Sara sbuffò: «Poi vi toccherà pagarlo».
«Valerio si voltò verso Mara: «Tu che ne pensi?»
Lei alzò gli occhi al cielo e rise: «Dai, accendilo». Lui rigirò il sigaro tra le mani, poi tirò fuori l’accendino dalle tasche e, tenendolo in equilibrio tra le labbra strette, ne accese l’estremità.
«Com’è?» chiese Paolo.
Valerio glielo allungò: «Provalo».
Lui si guardò intorno prima di portarlo alla bocca. Tossì.
Mara scuoteva una mano davanti al viso, trovava l’odore insopportabile.
Valerio le si avvicinò e le mise le mani sui fianchi: «Baciami».
Mara si scansò: «No. Puzzi.»
Valerio scoppiò a ridere.
«Non mi hai detto se siete stati ins-»
Il telefono squilla. Lui aspetta, paziente. Al terzo squillo socchiude gli occhi e schiaccia sul verde. La voce metallica d’una donna inizia a ripetere un qualche messaggio promozionale ancor prima che possa avvicinarlo all’orecchio. Sospira e mette giù.
Mara si sistema la frangia: «Sono stata a teatro ieri sera».
«Al Mercadante?»
Annuisce.
«Sola?»
«Già».
«Sei sempre andata sola da quando ti conosco».
La voce è roca, d’un roco che la riporta all’infanzia, a suo nonno, al forno a legna di una casa di campagna e all’aroma acre del vino in produzione. Mara aveva cinque o sei anni, lui la issava nel tino e le lasciava pigiare con i piedini l’uva appena raccolta, le ripeteva che era brava, che prima o dopo avrebbe dovuto occuparsene lei, che magari da grande se ne sarebbe ricordata. Lei, bambina, poteva già avvertire in lui la nostalgia che conosce solo chi è sul finire della vita.
«Cosa hai visto?»
«Les jeurs de mon abandon», sospira, «una meraviglia».
Mara non aveva mai creduto che un giorno sarebbe andata a teatro da sola. Tuttavia, ora non ne era sconvolta. E neppure imbarazzata. Anzi, lo preferiva. Valerio era stato il solo con cui avesse avuto voglia di dividere il silenzio di quell’emozione ancestrale. A lui aveva pensato mentre sedeva, sola, fila M posto numero 26, come sola era la Olga sul palco.
«Non ti sto abbandonando, non sei un cane», le aveva detto lui l’ultimo giorno di scuola.
Lei andava al mare con le amiche, metteva il rossetto rosso se vestiva di nero, sorrideva ai ragazzi nei bar e poi si inginocchiava dietro le porte dei bagni chiuse a doppia mandata. Pensava a sua nonna.
Boccone piccolo.
Mastica piano.
Via i gomiti dal tavolo.
Non battere la bocca.
Sei magra e brutta.
Agli uomini non piacerai mai.
Finisci tutto.
Paolo bussò forte con le nocche contro il legno.
«Apri questa porta!» urlò e picchiò ancora.
«Vai nel bagno degli uomini, stronzo!» lo apostrofò una voce femminile dal corridoio.
«Perché non chiudi quella boc-»
Mara girò la chiave di scatto. Lui le afferrò il braccio.
«Non siamo neanche al dolce, cazzo!» sbottò. La trascinò fuori, nel giardino sul retro. Tirò su una canna e l’accese. Erano in un locale sul golfo di Sorrento, Sara festeggiava la maggiore età quella sera e un centinaio di invitati nella sala interna cantava e ballava a ritmo delle luci. Paolo, con le labbra inarcate, sbuffava spirali di fumo che s’infilavano l’una nell’altra prima di dissolversi nell’aria.
«Non ne hai bisogno», disse infine, «puoi piacere a tutti. Piaci già a tutti».
Le passò la canna a metà, ancora accesa: «Non mi interessa piacere a tutti».
«Ti ho fatto male il braccio?»
«No».
«Sei arrabbiata?»
«No».
Lui le si avvicinò con gli occhi al pavimento e la prese per i fianchi. Mara poteva sentire il suo respiro profondo sulle tempie. All’improvviso la strinse, baciandola sulle labbra. La sua bocca aveva un sapore caldo, agrumato. La prima sensazione che ebbe non le parve molto diversa da quella che si prova masticando una scorza d’arancia candita, o assaggiando una calendula appena colta. Poi le sue mani scesero, s’intrufolarono sotto la maglietta e lei si ritrasse di scatto.
«È per Valerio, vero?» chiese brusco.
«Sei seccato?»
Lui chiuse gli occhi e li riaprì. Scosse la testa: «Vedi tu».
«È anche tuo amico», la voce tremava, «e mi vuole bene».
«Ah, sì? E dov’è?» sbottò lui.
Mara dovette urlare qualcosa prima di rientrare. Quella notte, però, nel buio delle sue lenzuola pensò alle mani di fuoco di Paolo sulla sua pelle fresca. Mise due dita in bocca, le leccò e le fece scivolare tra le cosce.
Una volta uno psicologo le aveva chiesto se si toccasse. Sedeva su una poltrona curva e dallo schienale basso, in pelle verde e i piedi in legno, un cuscino avion dalle cuciture a vista lungo i bordi. Doveva essere quella del dottor Giorgini. Pochi anni più di lei, dalla carnagione chiara e i riccioli scuri, ogni tanto le rimproverava il ritardo e l’aria distratta. Osservò la fotografia di sfuggita.
«Perché non hai scelto una psicologa donna?»
«Penso di riuscire ad ascoltare di più un uomo».
«O pensi di riuscire a compiacere di più un uomo?»
Aveva un’espressione imperscrutabile sotto un paio di occhiali dalla montatura in corno. Mara fissò a lungo il vaso di vetro soffiato sul tavolino tra loro, si chiese perché mai fosse sempre vuoto. La pioggia grigia che batteva su Campo de’ Fiori riempiva il silenzio tra loro.
«Parli poco di te, della tua vita prima di qui» dice lui.
«Lo so».
«Te l’ho già detto venerdì».
Mara non sa di preciso che giorno sia, non lo sa mai.
«Mi ricordo».
«A volte ho l’impressione di non conoscerti affatto, di non capirti» aggiunge.
Resta lì, in piedi con le braccia conserte, osserva le luci delle barche. È già buio. Le giornate di novembre sono corte e fredde anche sul mare.
«Vorrei sapere qualcosa di te, qualcosa che nessuno sa».
Lei gli si avvicina senza toccarlo, prende i cerini dal davanzale e accende un’altra sigaretta. Lui la fissa, in attesa.
«Da anni faccio sempre lo stesso sogno: sono nuda, davanti a uno specchio, e rido. Mi scattano una foto e mi gettano trenta denari ai piedi. Poi dalle mie cosce inizia a colare sangue, così tanto da formare una pozza. Lo assaggio, è dolce, e mi ci rotolo dentro».
Mentre lo dice può ancora vedersi. Di fronte al proprio riflesso a cercare la posa giusta. Si siede, s’inginocchia, si volta di spalle, raddrizza la schiena, trattiene il fiato, si sporge in avanti, scompiglia la frangia. Scatta.
Fu così semplice. Il telefono vibrò. Era Paolo. Una fotografia.
Poi un messaggio: Ti piace? Adesso tu.
Mara scelse la seconda foto di cinque. Era inquadrata dalla vita in su, le labbra schiuse in un sorriso accennato, i capelli sciolti si rincorrono in boccoli fini che le solleticano i capezzoli, in una mano il telefono, nell’altra i seni stretti tra loro. Inviò.
Il dottor Coltieri, che non conosceva la Bibbia, una volta le aveva detto che il numero trenta simboleggia la creatività. Basso, ingombrante, dai baffi ispidi e gli occhietti incavati. Era stato il più stravagante. Poltrona girevole di damascato rosso con rifiniture in oro. Le aveva proposto una seduta di ipnoterapia.
«Qui si usa tanto, non l’ha sentito? Funzionerà, glielo assicuro».
Mara lo sentiva appena, come se lo ascoltasse dalla stanza accanto. Pensava alla notte precedente, al piatto di ceramica sulla fiamma accesa, al rumore della carta di credito che tamburellava sul tavolo, un uomo le passava una banconota da cinquanta arrotolata alla perfezione. Milano è una città vuota, senz’anima propria, la ruba a chi la abita.
«Ora, non distolga lo sguardo dalla matita, per favore».
Quando Mara lasciò lo studio, aveva perso solo un’ora delle poche che restavano della sua giovinezza.
«Quand’è l’ultima volta che vi siete visti?»
Riflette. Ricorda il vialetto buio e i ragazzi in lontananza. Il cancello da scavalcare era alto, il lampione che faceva luce al campo da basket era l’unico a rimanere acceso dopo l’ora di chiusura, la musica doveva essere bassa, poteva sentire le risate e il tintinnio delle bottiglie di vetro che sfregavano l’una contro l’altra. Sara la vide arrivare, sventolò un braccio e le fece segno d’affrettarsi.
«Ciao nana!» le gridò. Mara scoppiò a ridere. «Sei stupenda».
«Credevo che non bevessi» rispose lei guardando i due bicchieri che aveva in mano.
«Aspettavo il giorno perfetto per iniziare». Poi scelse quello pieno fino all’orlo e glielo porse. Mara non lo prese ma si abbassò in un finto inchino, avvicinò le labbra e diede un sorso. Sara piegò un po’ il bicchiere verso di lei e goccioline veloci le corsero lungo il collo fino alla curva dei seni. Scoppiarono a ridere di nuovo. Sul prato c’erano una decina di ragazzi. Li salutò con un cenno. Tra loro conosceva solo Fabio e Mattia, un vecchio compagno di classe di Paolo. Una biondina dal viso di cera le sorrise mostrando i denti macchiati di fumo. Si sedettero accanto a lei.
«Ma tu vuoi innamorarti o vuoi scopare?» chiese Fabio al ragazzo seduto alla sua destra.
«Entrambe, no?»
Aveva gli occhi rossi, Mara non seppe dire se di fumo o di pianto.
«Cerca di iniziare da una». Valerio stappò una bottiglia di vino e tutti allungarono i bicchieri verso di lui. Nel versarlo macchiò il telo di paglia su cui erano seduti.
«Tu cosa sceglieresti?» chiese Sara a Fabio.
«Se sono due cose distinte, perché quando amo non posso scopare? Con altre, intendo» chiese un ragazzo dall’avambraccio tatuato a strisce nere.
«Beh, i miei genitori lo fanno», intervenne la biondina, «e non credo si amino».
«Non mi sono mai innamorato» confessò Mattia.
«Non ti sei perso niente» commentò qualcuno a voce bassa.
«Non è vero!» protestò Sara.
Mara sentì il telefono vibrare nella tasca dei pantaloni. Si alzò e si allontanò verso l’oscurità, dove si trovava lo stagno delle anatre.
«Pronto?»
La voce è bassa, roca.
«Dove sei?»
«A casa di Sara».
«Non sento voci».
Mara sbuffò e alzò gli occhi al cielo: «Sono uscita sul balcone, ma’».
«E perché sussurri?»
«Devo urlare?», disse a voce più alta: «Ti lascio, ciao».
«Aspetta», ringhiò, «non tornare tar-»
Mara riattaccò. Un’ombra alle sue spalle la fece sobbalzare. Valerio la fissava con gli occhi lucidi e le braccia rigide lungo i fianchi. Per un attimo Mara lo rivide bambino.
Le confessò di non aver mai amato nessun’altra.
«Ma non ami neanche me» rispose lei.
«Ti sbagli»
La strinse forte al petto. Dal prato partirono battiti di mani, fischi, schiamazzi e commenti d’ogni genere.
«Lo sapevo, stanno sempre a tubare quei due» disse Mattia.
«Finalmente», Fabio alzò gli occhi al cielo, «tornano insieme, no?»
«Siete un’opera d’arte» urlò Sara.
«Prendi lo zaino, andiamo via», le sussurrò Valerio, con le labbra che le sfioravano l’orecchio. Lei gli stampò un bacio sulle labbra e rise.
La voce di Paolo sovrastò il clamore generale.
«Perché non gli dici quello che hai fatto?»
Era appoggiato al tronco di un pino, in una mano stringeva una bottiglia di vino, nell’altra il cellulare. Mara s’irrigidì e sentì il pallore deformarle il viso.
«Che sta dicendo?» chiese Valerio. A Mara girò la testa. Poi fu un attimo. I cellulari vibrarono, tintinnarono, squittirono nelle tasche, negli zaini, tra l’erba, tra le mani. Sara dovette urlare qualcosa, poi ci fu silenzio. Paolo scoppiò a ridere. Fece un giro su stesso, perse l’equilibrio e si sbilanciò di lato, su un piede solo. «Una bella foto» mormorò, prima di fare un sorso dalla bottiglia.
Lei alzò gli occhi su Valerio, ma lui fissava la fotografia sullo schermo con una smorfia d’orrore a sfigurargli il viso terreo.
«Puttana» lo sentì sussurrare.
A venticinque anni era già troppo tardi. Una mattina s’era specchiata in un corpo che non pareva più quello di una ragazza. Il suo seno aveva subito un decadimento irreversibile. Era avvizzita. Un’epifania feroce, la presa di coscienza che il petto turgido che Valerio illividiva di polpastrelli pesanti ora pendeva sulla vita, alterava la forma del corpo, ingobbiva le spalle scarne come un frutto maturo incurva un ramo fine, e rimandava a una giovinezza consumata troppo presto, rasa al suolo da passioni irrefrenabili, brutali. Gli uomini che l’hanno guardata negli anni successivi non hanno mai conosciuto il corpo di Mara, il suo rigoglio, la carnosa felicità che lo riempiva un tempo. L’hanno vista indossare solo un seno dalla pelle allentata, vuota, con profonde smagliature che corrono fino alle areole come strappi su una stoffa liscia, setosa. Ha un seno strappato.
L’uomo la fissa con la pipa tra le mani. Fa scattare l’accendino. Lei va alla scrivania, passa il polpastrello sullo schermo del cellulare e digita sei cifre. Una data, pensa lui. La luce le riflette negli occhi dilatati dal silenzio. Compare una foto. Poi si volta per un momento, allunga le braccia dietro la schiena e slaccia il fiocco di satin viola sulla nuca. Il vestito cade ai suoi piedi. Lui trasalisce. Non indossa nient’altro. Siede di nuovo sulla poltrona. È in stile retrò, dallo schienale a conchiglia e i piedi in bronzo. La tappezzeria è di velluto di qualità. Mara ne sente la setosità sulle labbra e tra le natiche. Una donna affascinante, pensa l’uomo, una di quelle donne che un tempo sapevano fare l’amore. Qualcosa in lei gli ricorda un giardino d’inverno, erotica e malinconica come il crepuscolo che cala su ogni fiore, come la devozione del pettirosso che canta al freddo.
«Cosa ne pensa?» chiede: «Sono invecchiata, dottore?»
Maria Rita Bove
T.Tivillus, Capitolo II: Fama



